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Il 22 e 23 marzo 2026 si vota sul referendum costituzionale sulla “riforma della giustizia”. Qui riassumiamo, in modo semplice, le principali ragioni addotte da chi voterà “No”: soprattutto la preoccupazione che cambiare gli equilibri dell’autogoverno dei magistrati apra spazi a pressioni e condizionamenti politici.
Il referendum è confermativo (art. 138 Cost.): non c’è quorum e decide la maggioranza dei voti validi.
Tra i punti più discussi della riforma ci sono:
separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti (pm)
due CSM distinti
Alta Corte disciplinare
meccanismi di sorteggio per alcuni componenti degli organi di autogoverno
1) Rischio di indebolire l’autonomia della magistratura
Una parte del dibattito sottolinea che la riforma incide soprattutto su CSM e assetti di autogoverno, che in Costituzione servono a garantire autonomia e indipendenza del potere giudiziario. Per i critici, toccare questi “cardini” può alterare gli equilibri tra poteri dello Stato e rendere più esposta la giustizia al clima politico del momento.
2) “Non risolve i problemi che i cittadini sentono davvero”
Tra gli argomenti del “No” c’è l’idea che la riforma non intervenga su tempi dei processi, risorse, organizzazione e digitalizzazione, cioè sulle leve che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini e sull’efficienza della giustizia.
3) Separazione delle carriere: soluzione sproporzionata rispetto al fenomeno reale
Alcune analisi ricordano che il passaggio di funzione tra pm e giudice sarebbe oggi molto raro (una quota molto bassa rispetto all’organico). Da qui la critica: costruire una riforma costituzionale ampia su un problema numericamente limitato rischia di avere effetti collaterali maggiori dei benefici.
4) Sorteggio e qualità della rappresentanza
Chi è contrario sostiene che introdurre sorteggio negli organi di autogoverno possa ridurre accountability, competenze specifiche e rappresentatività, con il rischio di indebolire (non rafforzare) le garanzie di indipendenza.
5) Disciplina e “pressione indiretta”
L’istituzione di una Alta Corte disciplinare viene vista da alcuni come un passaggio delicato: il timore è che nuove architetture disciplinari possano trasformarsi, anche solo indirettamente, in strumenti che aumentano la sensibilità della magistratura a pressioni esterne (mediatiche o politiche), specie nei casi più esposti.
Chi propende per il “No” spesso propone questo ragionamento: prima riforme organizzative e strutturali (tempi, organici, uffici, digitale), poi eventualmente interventi costituzionali sugli equilibri istituzionali.
Il referendum del 22–23 marzo riguarda l’assetto costituzionale della giustizia: per questo è utile distinguere tra riforme “di efficienza” e riforme “di equilibrio tra poteri”. In questo articolo abbiamo riassunto le principali preoccupazioni del fronte del “No”, soprattutto sul tema dell’indipendenza e dei possibili condizionamenti. Per scegliere con consapevolezza, il passo successivo è leggere anche in modo simmetrico le ragioni del “Sì” e confrontarle punto per punto.